Un recente articolo di Martina Zambon pubblicato in www.nordesteuropacultura.it riporta la provocazione dell’architetto Flavio Albanese.
L’articolo inizia così:
“C’è una certa tradizione nel tracciare i propri progetti più arditi sull’inconfondibile taccuino nero Moleskine. Qualche tratto di penna e si fissa un sogno. Stavolta, però, l’architetto Flavio Albanese ha deciso di trasferire il sogno dal dominio dell’utopia a quello del possibile.
Il sogno in questione è demolire il Ponte della Libertà e “liberare” Venezia dall’assedio delle auto per arrivare ad acciuffare la chimera di una città nuovamente popolata dai suoi abitanti e non più soltanto da eserciti di turisti sfiancati da calli e masegni.
Follia? Forse, ma i primi dati dello studio di fattibilità condotto da Emanuele Teti dell’Università Bocconi di Milano, «iniziano a fornire qualche numero significativo che, seppure preliminare e non da assumere come certo, offrono tuttavia già un’indicazione del possibile sviluppo economico e finanziario del progetto».”.
Consideriamola pure una provocazione, ma non banale se pensiamo ai tanti veneziani che vorrebbero eliminare il Ponte della Libertà. Comunque la mia idea è di congiungere Porto Marghera e Marghera a Venezia e far diventare quel territorio della Terraferma anfibia un nuovo e contemporaneo Sestiere di Venezia.
Ecco disegnata e spiegata questa idea:
L’idea è di congiungere la Marittima passando per il Tronchetto con la Nuova Marghera che chiamerei “MARGHERA VALLEY” ovvero il nuovo Sestiere di Venezia.
I vantaggi sarebbero davvero tanti, anche il solo fatto di sgravare il Ponte della Libertà dal traffico sarebbe tanto (basti pensare in caso di incidenti cosa succede). ma il vantaggio dei vantaggi sarebbe che tutta la grande area della I^ Zona Industriale avrebbe un senso di sviluppo e di riconversione industriale sostenibile.
Ho tenuto conto che la Sovrintendenza si era già espressa ok (mi pare in una riunione di un anno e mezzo fa circa) al nuovo ponte sopra il Canale Brentella (come ho più o meno disegnato fuxia nel primo ponte in basso), cioè altermine di Via delle Industrie a Marghera.
In fin dei conti, a pensarci bene sopra, così non facciamo altro che tramandare la tradizione costruttiva veneziana che – dal nulla e con palafitte, mattoni e pietra d’Istria – ha fatto nascere lo splendore di Venezia.
In questa direzione, però, possiamo anche risolvere il problema del “brutto anatroccolo” di Porto Marghera… è come se l’insostenibilità del ’900 ci offrisse la possibilità di ritornare a costruire con i criteri della Venezia sostenibile del ’700.
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